Come Heinrich Schliemann con la scoperta di Troia ha dato una evidenza storica a quella mitica città, così Samuel Butler ha proposto dell’Odissea un’interpretazione di assoluta novità e delle vicende di Ulisse una versione dissacrante della tradizione. Se ne è parlato nel corso di una relazione curata dall’Associazione Triskéles e svoltasi presso il Centro Scolastico Leonardo a Vinci [in data 16/2/2013 N.d.R.], incentrata sulla teoria sostenuta circa cento anni fa dallo scrittore e critico razionalista inglese Samuel Butler, a dar man forte al quale, nella totale assenza del mondo accademico che conta, sono stati ricordati le ricerche del neozelandese Lewis Grenville Pocock e gli studi del trapanese Vincenzo Barrabini.
Si tratta, a ben vedere, di due storie quasi impossibili. Se nessuno, prima del tedesco, avrebbe ritenuto vera l’esistenza di Troia, nessuno, dopo Samuel Butler, ha, in realtà, modificato gli orientamenti storico-letterari , forse un po’ bigotti , di una intelligente contemporaneità per Iliade ed Odissea e di una loro indiscussa paternità attribuibile ad Omero. In ciò dimenticando come già nel 170 a.C. i Greci avessero fondatamente sostenuto la tesi di più autori e benchè da Giovanbattista Vico fossero derivati alcuni criteri guida che avrebbero dovuto far riflettere avendo egli, a suo tempo, dichiarato che Omero, anzichè un uomo, dovesse piuttosto intendersi quale simbolo della poesia epica greca e che l’opera fosse, appunto, il risultato dell ‘intervento di più mani. Ciò, ancora, malgrado le tante questioni irrisolte nell’analisi dei tempi antichi: dov’è finita, ad esempio, la falce di Crono della leggenda ? Aveva scritto Apollonio Rodio: davanti al Golfo Jonico giace un’isola … con un porto sotto il quale si stende la falce … dove Cronos mutilò suo padre. O è la falce di Demetra sepolta in Sicilia dove essa insegnava ai Titani a falciare il grano? Da secoli tali domande hanno alimentato ripetitive e defatiganti , spesso inutili quando non sterili, speculazioni filologiche e letterarie che passano sotto l’appellativo di questione omerica. Ad esse Butler, Pocock e Barrabini han cercato di dare una risposta definitiva ponendo su di un piano di oggettiva verità un racconto che pareva popolato esclusivamente da personaggi fantastici: la dea Minerva, la maga Circe, la ninfa Calipso. Samuel Butler costruisce la propria teoria dall’assunto che teatro delle vicende dell’Odissea sia Trapani, che Scheria ed Itaca, cioè, corrispondano a Trapani o, solo quando proprio vi è necessità di raffigurare Itaca come isola, essa divenga l’isola di Marettimo nel mare di fronte a Trapani e che le quattro isole chiaramente indicate nel poema (Itaca, Dulichio, Same e Zacinto) vi siano realmente descritte ed in modo da rispettarne la prospettiva sempre ripetuta nell’Odissea, in corrispondenza delle isole che si trovano nel mare di Trapani (isole Egadi), ma non la supporta con prove tanto che essa rimane, per lui, più immaginata che dimostrata. Innumerevoli prove sono, invece, scrupolosamente messe in luce e documentate dal Pocock e dal Barrabini.
I loro conseguenti sforzi sono quindi diretti ad avviare una lettura allegorica dell ‘Odissea, soprattutto suggerita dal Pocock, con, di mira, l’obiettivo di indurne un’interpretazione in chiave storica plausibile: il tempio di Venere ad Erice; i Trojani che s’eran fermati con Elimo ed Egesto nel paese de’ Sicani al fiume Criniso; Scheria che era Drepane in Sicilia, Drepane la sacra nutrice dei Feaci, discendenti dal sangue di Urano. Il poema, d’altronde, s’impernia sui fatti come afferma Lewis Grenville Pocock che aggiunge: è un racconto di fazioni tra le comunità elime e delle relazioni esistenti tra questi e i dominatori, i Fenici. Benchè le vicende di Ulisse rappresentino perciò soltanto un mito in cui non è per niente facile separare il vero dal falso e discernere ciò che può essere storico da ciò che, al contrario, deve ritenersi essenzialmente fantastico, perchè leggende e storia nel Mediterraneo antico si mescolano in un pressocchè inestricabile legame, tuttavia, dall’accurata disamina delle vicende di Ulisse si ricava la precisa impressione di come leggende e storia si fondano per dar vita a una singolare grande civiltà di cui questi due grandi opere – l’Iliade, poema eroico, e l’Odissea, poema del mare – offrono un resoconto all’altezza dell’epopea che l’uomo stava allora vivendo . E dietro una apparente ed episodica cronaca starebbero in netta antitesi ed in chiara opposizione tre mondi diversi: i Fenici, la vecchia civiltà che viene dall’oriente, Ulisse e la sua gente che rappresentano l’inizio di una nuova civiltà che vuole sovrapporsi ad un passato senza più ragione, il terzo mondo, ed imporgli, con idee nuove ed originali, un diverso indirizzo. Nella ricostruita ambientazione siciliana dell’Odissea, antitradizionale ma indiscutibilmente attendibile e realistica , delineata per intuizioni ma suffragata da ripetute verifiche, il poeta e l’eroe sono l’immagine ed insieme sono i protagonisti partecipi di un processo storico grandioso: l’affrancazione dell’Occidente dalla cultura dell’Oriente, quale si avvertirà nelle lotte fra Greci e Persiani esaltate da Erodoto e da Eschilo . Il poeta e l’eroe interpreterebbero così il mondo nuovo, diverrebbero il simbolo dell’intraprendenza del mondo occidentale che tende alla ricerca della propria identità non meno che alla scoperta della conoscenza e, non dimentichiamolo, sarebbero il simbolo dello spirito avventuroso, creativo e poetico degli italiani.
© carlo-martello.it
